Giuseppe Nasillo

 

Le argomentazioni figurative di Sandra Valdevilt scaturiscono da una vigile disamina speculare della propria interiorità , dalla quale essa enuclea immagini e sembianze che travalicano la proposizione contingente e si collocano come elementi visivi, e tangibilmente percepibili, di una simbologia traslata in dimensioni significativamente allegoriche, tra le quali assumono particolare rilievo e rimarchevole incidenza deificati volti di donne in primo piano, unitamente ad espressive evocazioni di quadrupedi appartenenti alla razza canina, le cui fattezze rivelano coinvolgenti allitterazioni somatiche.

Le sue trattazioni cromatiche sono l’attuale, motivato approdo di una lunga militanza in campo artistico, iniziata sin dai primi anni dell’infanzia, allorché affiorò precocemente e chiaramente in lei la predisposizione per il disegno e per la più articolata narrazione coloristica, che essa ha assiduamente, proficuamente coltivato parallelamente agli studi umanistici, completati con il conseguimento della laurea in Sociologia e Ricerca Sociale, corroborati da una fervida, attiva, vivida capacità di ravvisare e cogliere nei comportamenti della collettività quelle caratterialità che l’hanno portata a parametrare i propri interessi estetici su una direttrice esistenziale, che vede la componente muliebre al centro del proprio discorso pittorico nelle sue molteplici angolazioni psicologiche, affidate ad una ariosità di forme che trovano nell’intensità dello sguardo, nella sensualità delle labbra, nella morbida soavità dei lineamenti la peculiare originalità di un impianto dialogico che, prima di essere elemento di apertura verso il prossimo, è frutto di una indagine e di una introspezione da lei condotta intelligentemente, incisivamente su se stessa.

La suggestiva campionatura offerta da Sandra Valdevilt, è una rappresentazione che, partendo da presupposti reali procede all’insegna di armoniche sequenze morfologicamente variate, che l’autrice vivifica con corroboranti aloni di palpabile sospensione lirica.

Sandra Valdevilt, la cui matrice ispirativa va collegata alle istanze dell’Art Nouveau (o Liberty) come a quelle di Gustav Klimt e di Alphonse Mucha, unitamente all’amore per la natura, da lei intesa alla stregua di una inesauribile generatrice di suggestioni, che si susseguono “ab aeterno” di stagione in stagione, ha accompagnato una non minore predilezione per l’agile bellezza dei cani levrieri, che essa ha più volte ritratto e continua ad immortalare sulla tela, con immutato affetto verso di loro, conferendo ad essi connotazioni antropomorfe, al punto di farli sentire detentori delle medesime emozioni, delle medesime sensazioni, degli stessi avvisamenti mentali e comportamentali di quella che viene definita la razza umana, in una sorta di osmosi, in virtù della quale lo sguardo delle icone femminili, da lei elevate ad emblemi di scansioni dalla decantata sublimità ideale non differisce molto da quello dei quadrupedi dal muso affusolato, da collocarsi tra i più eleganti, più maestosi e d aristocratici, che siano essi di origine afgana, inglese, irlandese, araba, persiana o spagnola, come i gulgos o i regali borzoi, oppure quelli riconducibili all’epoca dei faraoni e dei greci, tra i quali il celebrato levriero di Rodi.